martedì 26 maggio 2009
giovedì 21 maggio 2009
Per favore, non chiamateli anarchici. E nemmeno studenti.

“Per favore, non chiamateli 'anarchici'”. Così scriveva anni fa Sergio Ricossa riferendosi a quella stessa categoria di giovani – e non più tanto giovani – che il linguaggio giornalistico ci ha abituati a chiamare “no global”. Il più autorevole esponente di quel liberalismo estremo e coerente che è il libertarismo o anarco-capitalismo, esortava a non dare dignità di appartenenza a una categoria politica a squadre di delinquenti nostrani, e nel caso delle contestazioni al “G8 dell'Università”, greci e baschi. L’anarchia, a ben vedere, ha una sua dignità storico-filosofica. Intendiamoci: il più delle volte, e soprattutto nelle sue versioni “di sinistra”, sfuggente, velleitaria, distruttiva. Però ecco, in tutte le sue sfaccettature, persino nella sua contaminazione con la sinistra marxista, dietro a quell’aggettivo c’è una sostanza. La quale manca interamente in quei sedicenti “anarchici” che mercoledì scorso, armati fino ai denti con spranghe, estintori, molotov, hanno trasformato una presunta semplice manifestazione in una guerriglia, che ha visto contrapposti poliziotti e carabinieri ad un esercito di professionisti degli scontri, muniti di passamontagna, caschi da motociclista e bastoni.
Ci permettiamo di aggiungere: “per favore, non chiamateli studenti”, seppure, nei giorni scorsi, autorevoli quotidiani ("La Repubblica", "Il Corriere della Sera") siano usciti con titoloni che parlavano di "scontri fra studenti e forze dell'ordine". Dovrebbe essere sufficiente dare un'occhiata alle foto di questi casseurs che hanno mandato all'ospedale 22 agenti di polizia e 2 carabinieri per rendersi conto che si tratta di individui che profondono il loro impegno in ben altro che esami, piani di studi, tesi, master post-laurea, ecc. Se c'è una cosa che va riconosciuta ai teppisti dell'“Onda” è la loro capacità di organizzazione, l'efficienza quasi militare con cui hanno dimostrato di sapersi riunire (con apporti anche stranieri, come si è detto) e coordinare. Un'efficienza che presuppone un addestramento che a sua volte richiede tempo e risorse, di cui i veri studenti non dispongono di certo. L'unica “università” che ha laureato cum laude gli attivisti in servizio permanente effettivo dello sfascio di saracinesche, dei cassonetti incendiati, del lancio di molotov e bombe carta, della caccia al carabiniere e al poliziotto è quella del teppismo e della guerriglia urbana.
"Studenti" è una definizione che ben si presta a gabellare questi personaggi come "povere vittime" della "repressione poliziesca": ma questi professionisti della disinformatija che si spacciano per giornalisti, chi vogliono prendere per fessi? Non c'è persona dotata del minimo sindacale di buon senso che non comprenda come studente per davvero è chi sa protestare senza violenza, contestare le idee non condivise con parole e scritti intelligenti, non chi pensa di avere la libertà di lanciare pietre e ordigni contro chi è lì a fare il suo lavoro.
Da ultimo, sarebbe stato interessante chiedere ai partecipanti a quella manifestazione se sapevano perché stavano manifestando. Chissà quanti, fra quegli "studenti", avrebbero saputo rispondere...
Giorgio Bianco
lunedì 9 febbraio 2009
Una provincia che fa male!
Di recente è arrivato alle famiglie della provincia di Torino un opuscolo arancione dal titolo: "La provincia fa bene" dove l'ente -forse per timore di un referendum abolizionista- vanta le cospicue spese fatte in vari settori, come se le cifre a disposizione bastassero come motivazione a tenerlo in vita.
Come sempre accade nella PA, nessun dato è disponibile sull'efficienza del lavoro svolto, e non si vede perchè la regione non potrebbe occuparsi della viabilità o del turismo.
La beffa finale al contribuente è un invito a recarsi, da turista, a Palazzo Cisterna, oppure dulcis in fundo a visitare il nuovissimo grattacielo di 15 piani di corso Inghilterra, dove la vista è panoramica.
Ma quanto è costato questo inutile opuscolo promozionale?
Lo studio.
Le province fanno male: lo conferma uno studio dell’Istituto Bruno Leoni, "L’abolizione delle Province, a cura di Silvio Boccalatte, Rubbettino-Leonardo Facco".
Il costo della politica vero e proprio, calcolando cioè esclusivamente le remunerazioni degli oltre 4mila rappresentanti eletti, supera i 115 milioni.
Tra il 2000 e il 2005, le Province hanno accresciuto le spese del 65%, destinando gran parte delle uscite (quasi 8,5 miliardi) alle spese correnti. Sono aumentate (soprattutto per la competenza acquisita sulla gestione delle strade già dell’Anas) anche le spese per il rimborso dei prestiti, passate da 350 milioni a 1,1 miliardi. Le spese aumentano più delle entrate (nelle quali peraltro assumono un peso crescente trasferimenti regionali e accensioni di prestiti). E s’indirizzano soprattutto verso la gestione corrente, che rappresenta la quota maggiore (seguita da gestione del territorio, istruzione e sviluppo economico) e che è aumentata di oltre il 50% nei cinque anni considerati. Lievita anche l’incidenza, soprattutto nel Centro e nel Mezzogiorno, delle spese per il personale.
Ne derivano prospettive finanziarie fortemente ingessate, perché vincolate soprattutto al pagamento degli stipendi e ai rimborsi dei mutui (a tassi ora crescenti).
La riflessione sul loro futuro non deve risultare una guerra di religione (del resto già persa, a quanto pare).
L'abolizione quindi oltre ad essere una via percorribile è soprattutto auspicabile, prima che Ivrea, Pinerolo o Chivasso chiedano di diventare la centomilessima provincia.
lunedì 29 settembre 2008
I vizi non sono crimini!!!

Le nostre abitudini, i nostri gusti, i nostri vizi, sono trattati quotidianamente come crimini. Lo stato proibizionista e salutista è una delle minacce più grandi per la nostra LIBERTÀ. Il grande filosofo Lysander Spooner (guarda caso assente nei programmi della scuola pubblica) scrisse in proposito:
“I vizi sono quelle azioni con le quali un uomo danneggia se stesso o i suoi averi. I crimini sono quelle azioni con le quali un uomo danneggia la persona o gli averi di un altro. I vizi sono semplicemente gli errori che un uomo commette nella ricerca della propria felicità. A differenza dei crimini, essi non implicano malvagità nei confronti degli altri né alcuna interferenza con la loro persona o i loro averi. Se le leggi non fanno una chiara distinzione tra vizi e crimini e non la riconoscono, non può esistere al mondo qualcosa come il diritto individuale, la libertà o la proprietà. Affermare che un vizio sia un crimine e punirlo come tale è, da parte di un governo, un tentativo di falsare la stessa natura delle cose. È tanto assurdo quanto lo sarebbe affermare che la verità è falsità, o che la falsità è verità.”
UOMINI LIBERI!!!
Movimento Libertario
venerdì 19 settembre 2008
La legge del rosso: lasciare il cittadino al verde

Il cambiamento può non risaltare perchè siamo tristemente abituati a tangenti sugli appalti pubblici, forniture e servizi, che mettono spesso a rischio le finanze degli enti locali, portando insieme alle inefficienze di gestione alla comoda strada dell'aumento di aliquote comunali, addizionali varie, tariffe rifiuti e via malscorrendo.
Cosa sarà mai uno scandalo fra i molti?
Ma questa vicenda ha permesso ad amministratori disonesti di "tar - tassare" direttamente gli automobilisti - esposti inoltre a rischio incidente - per far apparire floridi bilanci fallimentari, spesso dissanguati da copiose consulenze agli amici di partito o da progetti senza copertura finanziaria.
Costituisce quindi un pericoloso precedente perchè fa venire a galla una forma odiosa di prelievo forzoso mascherato da intervento per la sicurezza. L'effetto è invece quello di togliere risorse ai cittadini e di metterli a rischio.
Demian R.